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Feuilleton [ pour P. W. ]
 



7 settembre 2004


"La dolorosa verita’: tutti i terroristi del mondo sono mussulmani!"

No, non e’ il titolo de l’ultimo editoriale di Feltri ma piuttosto di un articolo firmato da Abdel Rahman al-Rashed (general manager del network televisivo Al-Arabiya) pubblicato l’altro ieri dal Daily Telegraph (05/09). It is a certain fact that not all Muslims are terrorists, but it is equally certain, and exceptionally painful, that almost all terrorists are Muslims”: non tutti i mussulmani sono terroristi, ma (quasi) tutti i terroristi sono mussulmani, scrive al-Rashed. Poi inizia il ‘doloroso’ elenco; i bambini di Beslan, i 12 nepalesi in Iraq, la popolazione mussulmana non-araba del Darfur, le vittime degli attachi ai complessi residenziali a Riyadh e Khobar, i passeggeri dei due aerei russi abbattuti, le vittime di Bin Laden (per non parlare degli israeliani): “terrorism has become an Islamic enterprise; an almost exclusive monopoly, implemented by Muslim men and women”. “Does all this”, si chiede l’autore, “tell us anything about ourselves, our societies and our culture?”. E poi il passaggio fondamentale: “let us start with putting an end to a history of denial. Let us acknowledge their (atti terroristici) reality, instead of denying them and seeking to justify them with sound and fury signifying nothing. For it would be easy to cure ourselves if we realise the seriousness of our sickness.” Grave ‘malattia’ quindi quella che affligge l’Islam (ed il resto del mondo ne paga le conseguenze), e questa volta non e’ un fanatico neoconservatore americano ad avere il coraggio di ammetterlo. Daniel Pipes, elogiando l’articolo, scrive che la vittoria contro l’Islamismo dipendera’ dal grado di diffusione di opinioni simili. Certo, l’idea che l’Islam sia semplicemente una “innocente e benevola religione”, come scrive al-Rashid, e’ molto discutibile; basta ‘sfogliare’ siti come faithfreedom.org (Ali Sina), jihadwatch.org (Robert Spencer) o isisforum.com (Ibn Warraq) per iniziare a coltivare dubbi sulla presunta intrinseca ‘innocenza’ e ‘benevolenza’ dell’Islam. Ma il fatto che una importante voce autoctona abbia stabilito senza ambiguita’ che si sta parlando di vera e propria ‘malattia’ dell’Islam non e’ cosa di poco conto; e se siamo ancora ben lontani dal principio della fine di questa guerra all’Islamismo, si puo’ almeno sperare che la ‘fine del principio’, per utilizzare un’espressione churchilliana, si stia lentamente avvicinando.

Mi piacerebbe poter fare una domanda al Telegraph: perche’ il titolo della versione araba (quello che apre questo post) non e’ stato mantenuto?




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5 settembre 2004


Ammazzare bambini (ebrei) paga

E ora, dopo l’idea ‘blasfema’ del Ministro degli Esteri olandese Bernard Bot e dell’Unione Europea di esigere spiegazioni da Mosca sul suo operato a Beslan (non vi ricordano un po’ il generale Turgidson, interpretato da George C. Scott, nel film “Dottor Stranamore” il quale si astiene di sentenziare contro l’operato del generale Jack Ripper che sta per scatenare un olocausto nucleare “before all the facts are in”?), e’ inevitabile che sorga in me un cupo dubbio: quanto tempo ci mettera’ Shamil Basayev ad approdare all’ONU? Arafat ci impiego’ solo sei mesi; il 15 Maggio 1974, il FDLP (Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, membro dell’OLP) massacro’ 21 bambini dopo averli tenuti in ostaggio nella loro scuola nel villaggio di Maalot (65 furono i feriti), e, dopo esser stato ufficialmente invitato da una netta maggioranza di paesi membri (105 a favore dell’invito, 4 contro e 20 astenuti), il 13 Novembre Arafat tenne il suo celebre (in sostanza, il solito rantolio terzomondista e antisemita, quello durante il quale pronuncio’ la frase storica “I come bearing an olive branch and a freedom-fighter’s gun. Do not let the olive branch fall from my hand”, ricevendo come reazione dalla platea un’esultante standing-ovation). E non e’ finita; poco dopo, infatti, l’OLP addirittura fu elevata alla posizione di osservatore ufficiale nell’ONU. Ammazzare bambini fra i banchi di una scuola paga, eccome: Basayev deve aver ben metabolizzato questa macabra lezione della storia. Un coinvolgimento dell’ONU sulla questione cecena pare ora ineluttabile e le esternazioni di Bot in materia sono inquietanti: che il ministro olandese si stia gia’ apprestando a stilare un invito ufficiale per Basayev?




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4 settembre 2004


Lettera aperta agli ItalianblogsforBush

Sono stati recentemente rese pubbliche le conclusioni di due nuovi rapporti concernenti il trattamento di prigionieri iracheni ad Abu Ghraib, il Fay Report e lo Schlesinger Report. Il primo ha concluso di non aver rilevato alcuna "policy, directive or doctrine (that) directly or indirectly caused violent or sexual abuse", il secondo che "no approved procedures called for or allowed the kinds of abuse that in fact occurred. There is no evidence of a policy of abuse promulgated by senior officials or military authorities". Pare che Rumsfeld ne esca immacolato. Ma se si scava un po’ piu’ a fondo si scopre che non proprio tutto e’ cosi’ semplice. Schlesinger critica il Pentagono di non essere stato abbastanza chiaro su quali tecniche di interrogatorio erano permesse e quali non lo erano, lo stesso rapporto inoltre si lamenta del fatto che Rumsfeld non reagi’ con la necessaria solerzia quando la ribellione eruppe nell’estate del 2003. C’e altro: sebbene Fay si sia astenuto dal criticare i livelli piu’ alti della gerarchia, un membro della sua commissione rispose a un reporter dopo la pubblicazione del rapporto che "there were leaders who knew about this misconduct, knew better, and did nothing" (questa informazione l’ho tratta dall’Economist della settimana scorsa). Il reato di Rumsfeld e’ chiaramente un reato di omissione: la responsabilita’ e’ indiretta, ma e’ pur sempre responsabilita’. Da un paese e da una democrazia come gli Stati Uniti possiamo solamente esigere gli standard istituzionali e politici piu’ elevati. Cosa possiamo apprendere da un’analisi storica di casi analoghi? Il parallelo piu’ evidente e’ quello con la Kahane Commission che indago’ sui massacri di palestinesi nei campi profughi di Sabra e Chatila (1982). Analizzando le responsabilita’ indirette israeliane, la commissione concluse: "(...) we assert that the atrocities in the refugee camps were perpetrated by members of the Phalangists, and that absolutely no direct responsibility devolves upon Israel or upon those who acted in its behalf. At the same time, it is clear from what we have said above that the decision on the entry of the Phalangists into the refugee camps was taken without consideration of the danger - which the makers and executors of the decision were obligated to foresee as probable - that the Phalangists would commit massacres and pogroms against the inhabitants of the camps, and without an examination of the means for preventing this danger. Similarly, it is clear from the course of events that when the reports began to arrive about the actions of the Phalangists in the camps, no proper heed was taken of these reports, the correct conclusions were not drawn from them, and no energetic and immediate actions were taken to restrain the Phalangists and put a stop to their actions. This both reflects and exhausts Israel's indirect responsibility for what occurred in the refugee camps." Il contesto storico e la portata della tragedia era ben diversa, ma la sostanza pare fondamentalmente la stessa: nessuna responsabilita’ diretta, ma gravi responsabilita’ indirette. Si sa come ando’ a finire in Israele: Sharon si dimise immediatamente e la democrazia israeliana brillo’ in tutta la sua perfezione politico-istituzionale. Perche’ Rumsfeld non si e’ comportato analogamente? La domanda assume carattere ancora piu’ rilevante se si considera che questa guerra irachena era (anche) un esercizio di esportazione di valori. Scrivo questo non perche’ desidero resuscitare un dibattito gia’ affrontato dai media quest’estate. Adesso ho visto sia Kerry che Bush parlare alle loro rispettive convention: credo che vincera’ Bush e per questo credo che la questione Rumsfeld non sia destinata ad estinguersi. Ho trovato pochi commenti nei blogs sulle ultime novita’ di questa faccenda: gli ItalianblogsforBush come la pensano? Mi sarebbe piaciuto vedere la testa di Rumsfeld rotolare: questo e’ l’unico blog filo-bush che la pensa cosi’? Four more years, but this time without Rumsfeld.<




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3 settembre 2004


La France, la bouche, le cul (part 2)

(ancora le feuille) "sul piano politico, quel che conta è l’affiorare di una verità che fino a ieri era generico e sussurrato passaparola: la Francia è passata all’incasso, e se incassa, è segno che ha dato."




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2 settembre 2004


La France, la bouche, le cul

(le feuille) Ieri il New York Times recava in prima pagina una grande foto a colori: lo scheletro di un bus israeliano esploso, e penzolante dal finestrino il corpo senza vita di una giovane donna. La didascalia diceva: Hamas ha rivendicato la responsabilità di questo attentato, 16 morti. A pagina 18 l’editoriale sugli ostaggi francesi. Titolo: dimostrazione di unità in Francia. Tesi: elogi all’unità nazionale e in particolare all’unità tra governo e comunità musulmana nel respingere il ricatto sui due ostaggi, “sperando che questa unità spinga la società francese a capire quanto sia infondato il diffuso pregiudizio anti-islamico”. La vulgata politicamente corretta è perfetta, ma è costretta a un’omissione: non si cita l’appoggio di Hamas al governo francese, arrivato via agenzia pochi minuti dopo la rivendicazione del massacro in terra ebraica.
Ieri il Corriere della Sera se l’è cavata così: tre righe in un pezzo di cronaca in seconda raccontano che “perfino Hamas e il capo dei ribelli Moqtada al Sadr si sono pronunciati a favore della liberazione”. Perfino. Il particolare agghiacciante non è omesso, ma pudicamente, educatamente nascosto. Per il resto, a parte una giusta ma laterale tirata di Angelo Panebianco contro i “resistenti” all’italiana, spiccano i titoli sull’Islam moderato che partecipa all’Union sacrée, sul ministro dell’Interno Dominique de Villepin che prega in moschea invece di chiedere ai capi della comunità musulmana di venire a pregare a Notre Dame e magari di pregare per i morti ammazzati di Hamas. Non manca un’intervista con Tariq Ramadan, il controverso professore legato ai Fratelli musulmani che protesta in nome della società aperta contro il governo americano responsabile di avergli negato il visto d’entrata, e conclude con una formula dal suono involontariamente sinistro: “Siamo musulmani e crediamo nei nostri valori. Siamo cittadini. Condanna ciò che è sbagliato, promuovi ciò che è giusto”. Condanna il rapimento dei francesi, perché ti conviene, promuovi il massacro degli ebrei, perché è un tuo dovere religioso.
Le miserabili testimonianze di doppiezza che affiorano nella melma occidentale non ci convinceranno che la guerra a un temibile nemico debba entrare in una spietata e insensata fase di bando civile nei confronti dei musulmani e delle loro organizzazioni. Individuare bene il nemico vuol dire anche saperlo dividere da un retroterra a cui è legato dai fili sottili di una comunità di credo e di cultura. Oltretutto il nemico non è mai un assoluto, lo si rispetta e lo si ama anche quando lo si combatte. Ma quando assistiamo a simili comportamenti, quando l’interlocutore “moderato” del ministro degli esteri Michel Barnier afferma serenamente che il dovere dei fedeli è risparmiare i giornalisti francesi e uccidere i civili e i soldati americani, la conclusione non può essere che questa: baciare il culo del nemico è la nuova tattica benpensante.
Eufemizza su Repubblica Bernardo Valli, che conoscevamo come persona dignitosa: quelli di Hamas solidali con Parigi sono “dediti al terrorismo”, ma “l’eccezionale solidarietà ottenuta nel mondo arabo dalla Francia” può portare alla liberazione degli ostaggi, forse. Anzi, da Parigi verrebbe una lezione politica per tutta l’Europa. Quale lezione? La resa senza condizioni, con i complimenti a suon di bombe di Hamas, degli Hezbollah e del Jihad Islamico per quell’onorevole paese occidentale che ha disertato la guerra al terrorismo. Eufemizza anche il moralista della porta accanto, Michele Serra, che non si accorge nemmeno dell’enormità di quel che scrive quando si felicita per l’efficacia francese nel mettere all’incasso la sporca mercede del veto all’Onu e della campagna di boicottaggio della coalizione occidentale e del governo iracheno voluto dall’Onu.

La realtà è che siamo divisi
La sorte di Chesnot e Malbrunot sta a cuore a ciascuno di noi, noi che non distinguiamo le vittime del terrorismo in base ad alcuno degli standard politicamente e ideologicamente corretti, e ci sta a cuore nell’esatta misura in cui ci affligge la sorte della giovane donna penzolante dal bus di Bersheeva, quella dei dodici nepalesi trucidati, dei body guard e dei pacifisti e degli ebrei e cristiani decapitati in nome di un dio del terrore e dell’intolleranza. Siamo tutti americani, siamo tutti occidentali, siamo tutti francesi, siamo tutti ebrei, siamo tutti madrileni, scrivono i benpensanti. Ma non è vero, è una filastrocca per i gonzi, un alibi retorico di bassa lega e dal sapore immondo. La realtà è che siamo divisi, che alcuni si comportano come Zapatero e come il governo delle Filippine, e fuggendo mettono in pericolo chi resta e resiste, quella è la resistenza, nello sforzo di imprimere una svolta politica e civile, di libertà e di umanità, al medio oriente islamico. E altri pagano i gruppi “dediti al terrorismo”, anche con i nostri soldi sporchi di europei, e ne vengono ricambiati con il doppio comunicato dell’infamia, quello che rivendica la strage e quello che chiede la liberazione dei francesi; non contenti, i governi occidentali si uniscono alle tirannie di tutto il mondo nella condanna del muro, il nuovo muro del pianto che Israele cerca di erigere tra sé e la morte, e che gli alleati dei francesi in medio oriente scavalcano di tanto in tanto o eludono con le loro cinture esplosive.
Il sangue e la guerra non aboliscono la civiltà che è nostra, il diritto al dissenso, l’indipendenza delle diplomazie, i valori del pacifismo anche più radicale, ma escludono dal novero delle possibilità morali quel sovrappiù di ipocrisia e di balordaggine che ci viene ammannito nella salsa del rifiuto dello scontro di civiltà, che non è un’opinione sociologica bensì un fatto politico e militare. Quando il presidente degli Stati Uniti dice “con noi o contro di noi”, questo dice. Sarà ideologico, sarà western, ma è meglio della filosofia di Chirac e di Villepin: con noi e contro di noi.

Ho aggiunto un link su Tariq Ramadan. Costui e' considerato un 'lume' dell'Islam, sono venuto a conoscenza di questo 'intellettuale' dopo aver letto la raccolta di interviste Lumi dell'Islam a cura di Nina zu Furstenberg (Marsilio, 2004). Ed io, povero illuso, che avevo acquistato il libro nella speranza di trovarvi i moderni Voltaire...





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1 settembre 2004


Lettera aperta ad Ariel Sharon

Caro Ariel Sharon, 17 dei suoi concittadini sono stati massacrati e tutto cio' che lei fa e' ordinare la demolizione di una casa? Non mi pare uno scambio alla pari, non mi pare nemmeno uno sforzo particolarmente intenso di deterrenza. Carne e sangue contro mattoni e polvere? Come faranno i palestinesi ad imparare la lezione se tutto cio' che lei ordina e' di distruggere una casa? Lei pensa di vincere la guerra in questo modo? La ringrazio per il suo tempo, F.




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1 settembre 2004


Jihad

Mentre mezzo mondo si mobilita per salvare i due giornalisti francesi rapiti in Iraq, nel silenzio (relativamente parlando: quale delle due notizie si e’ sentita prima nei telegiornali?) vengono trucidati 12 nepalesi da Ansar al-Sunna Army: uno sgozzato davanti alla telecamera al suono di ‘Allah Akhbar’, gli altri undici soppressi con raffiche di AK-47. Si fatica a capire le motivazioni di queste esecuzioni; le vittime sono dei miserabili, 12 operai non-specializzati attratti dal divario fra i salari in Nepal e quelli in Iraq (la paga e’ anche 6 volte superiore in Iraq): parlando della famiglia di uno dei ragazzi uccisi, "His family say they are shocked at the killing as he had nothing to do with the United States" (www.goasiapacific.com). Qual’e’ allora la logica che guida e ispira questa ‘resistenza’ irachena? L’opinione pubblica e l’intellighenzia occidentale non e’ abituata a leggere seriamente i comunicati e le rivendicazioni pubblicate dopo ogni mattanza dai vari gruppi islamici fondamentalisti (altrimenti non si sentirebbero quei discorsi demenziali che, per esempio, cercano di formulare nessi causali fra la globalizzazione e l’undici settembre). Come hanno rivendicato questa volta l’esecuzione gli islamo-fascisti? Reuters: "We have carried out the sentence of God against 12 Nepalis who came from their country to fight the Muslims and to serve the Jews and the Christians ... believing in Buddha as their God," said the statement by the military committee of the Army of Ansar al-Sunna. L’idea che quei miserabili fossero in qualche modo implicati nello sforzo bellico americano pare abbastanza ridicola dopo aver letto l’articolo del Telegraph. Non rimane che una opzione: il loro crimine era la loro fede in un dio che non fosse Allah. Quindi dopo l’esecuzione di Nick Berg in quanto ebreo, degli ostaggi sud koreani in quanto cristiani (ricordate l’accusa di voler evangelizzare l’Iraq mossa verso loro dai loro aguzzini?), ora si aggiungono anche questi nepalesi in quanto buddisti. Strana questa ‘resistenza’ irachena, decisamente strana...ma forse ancora piu’ strana, ai miei occhi perlomeno, e’ la schiera dei suoi sostenitori occidentali, quell’insieme di persone che si culla nella proprie convinzioni astratte e deduttive, anche quando queste si scontrano frontalmente con la feroce e scomoda realta’ di questa ‘quarta guerra mondiale’. Ferrara scriveva ieri, in un editoriale forse un po’ troppo ottimista per gli standard dell’elefantino, che almeno su questo fronte ‘interno’ le cose pare stiano migliorando; non posso fare altro che fidarmi, per l’ennesima volta, delle sue ben piu’ sagaci intuizioni.




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31 agosto 2004


Road map palestinese

"Two suicide bombers exploded almost simultaneously on two buses in central Be'er Sheva on Tuesday, police said. The explosions took place on buses numbers 12 and 63, traveling opposite the municipality building on Yitzhak Riger Street. Magen David Adom said 12 people were killed in the attacks, all of whom died at the scene. 96 people were wounded and taken to Soroka Hospital not far from the site of the attack. Seven people are listed in very serious condition; 12 are listed as serious, and the rest of the wounded are listed in light-to moderate condition" (jpost.com)

e per tutti coloro che come il mio amico ninja sognano tutta notte arcobaleni e ponti di amicizia e pace:

"Security officials told Israel Radio that the attack probably emanated from the south Hebron area, where there is no security fence".

Dove non c’e’ la barriera di sicurezza…Dove non c’e’ la barriera di sicurezza…

Quanti altri israeliani innocenti dovranno morire prima che Israele veda riconosciuto il suo diritto di auto-difesa, ninja? Quanto sangue israeliano dovra’ essere versato sull’altare del tuo (vostro) cieco pacifismo?

 

Ambulance worker Avi Zohar told the BBC that the buses were full of parents and children shopping for educational items on the final day of the school holidays” (news.bbc.co.uk)

 




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30 agosto 2004


Chrenkoff sul WSJ

Utile round-up di notizie per smentire coloro che persistono nel vedere il bicchiere iracheno mezzo vuoto (o addirittura del tutto secco).

Si apprende inoltre da questo articolo che i due autori di Iraq the Model si sono gettati in politica, formando un Iraq Pro-Democratic Party. Buona fortuna a entrambi! <




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30 agosto 2004


Bush-haters of the world, unite!

La spina nel fianco di tutta la teoria sul socialismo in America di Sombart si chiama John Kerr




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